Ansia  pre-gara sindrome pre-agonistica

L’attività agonistica può costituire un forte stimolo emotivo per l’atleta.

Egli, prima della gara, si prepara psicosomaticamente e può vivere tale situazione con un certo grado di ansia; questo stato di paura o intensa tensione viene definita ansia pre-gara.

Essa può essere responsabile dell’insorgere di alcune manifestazioni psicosomatiche come disturbi delle funzioni intestinali, variazioni del ritmo cardiaco e cefalee.

Tali manifestazioni psicosomatiche che si verificano nell’atleta man mano che la gara si avvicina, sono provocate dall’aumento degli ormoni surrenalici.

Essi possono dar luogo a sensazioni somatiche allarmanti che rinforzano lo stato di eccitazione emotiva e che sono responsabili di un’ulteriore innescamento dell’attivazione ormonale .E’ in questo modo che si creano in alcuni atleti disturbi somatici ed uno stato emotivo di forte ansietà.

Chiaramente gli effetti indotti dagli ormoni surrenalici e più precisamente dall’adrenalina e dalla noradrenalina, variano a seconda del soggetto e dall’intensità dell’evento ansiogeno.

D’altra parte un certo grado di ansia o più precisamente di tensione emotiva può avere un’influenza positiva sull’atleta che si prepara ad affrontare una competizione in quanto permette il migliore impiego dell’energia di cui il corpo può disporre e lo predispone alla prestazione sia dal punto di vista dell’attenzione che emotivamente.

Si è tutti d’accordo sull’affermare che, l’ansia presente nell’atleta  prima di una gara, può in qualche misura influenzarne il risultato. Si pensa che esista un livello di ansia ottimale affinchè la performance atletica risulti soddisfacente: al di sopra o al di sotto di tale livello la qualità della prestazione diminuisce notevolmente .

Sindrome pre-agonistica

La sindrome pre-agonistica si presenta come un disturbo quantitativo dell’ansia e deriva  da un’infondato timore dell’atleta  di non riuscire ad ottenere un buon risultato nella competizione. Questa reazione ansiosa  genera  preoccupazioni esagerate circa la propria capacità di riuscita.

La sintomatologia di tale sindrome si evidenzia attraverso un duplice piano: somatico e psichico.

I sintomi somatici si manifestano con numerosi disturbi, insonnia notturna e sonnolenza diurna, inappetenza e irregolarità del processo digestivo, lieve alterazione della temperatura corporea, nausea, vomito e tremori alle gambe.

I sintomi psichici si manifestano con labilità affettiva, difficoltà nei rapporti interpersonali isolamento e rifiuto del confronto e la completa incapacità di non pensare alla gara.

Il perdurare di questa serie di disturbi può portare addirittura al ritiro da parte dell’atleta dalla competizione.

Andiamo ora ad analizzare le principali cause scatenanti l’ansia nell’attività agonistica; vi sono principalmente due cause specifiche che interagendo provocano l’ansia: l’incertezza sui risultati ottenibili nella gara e l’importanza ad essi attribuita.

Maggiore è l’insicurezza degli atleti di fronte alla situazione agonistica, riguardo l’ottenimento di un risultato favorevole, più alta sarà la sindrome ansiosa.

Le cause dell’insicurezza degli atleti rispetto alle proprie potenzialità agonistiche o più semplicemente rispetto alla gara in quanto tale, purtroppo il più delle volte vengono trasmesse dagli stessi allenatori.

Può capitare ad esempio che un giocatore non sappia fino al momento di entrare in campo se potrà partecipare alla partita e ciò determina in lui una eccessiva tensione emotiva che si traduce in ansia pre-gara

In altre circostanze, l’allenatore non riesce a infondere nei propri giocatori la dovuta sicurezza e voglia di vincere, ma al contrario li rende insicuri delle loro effettive possibilità e capacità, ciò perché non si è riuscito a creare l’indispensabile rapporto empatico tra l’allenatore e i suoi giocatori.

Lo sport è un ottimo mezzo per valutare e confrontare le proprie abilità; avere una valutazione positiva sul proprio operato, è fondamentale sia per la considerazione che l’atleta ha di se, che per la sua immagine nei confronti dei propri compagni.

L’atleta si sente maggiormente motivato nella pratica del suo sport dalla presenza di persone da lui stimate, infatti si è soliti ricercare i complimenti da chi si stima  e temere da essi le disapprovazioni.

Un giudizio negativo  fatto da chi ammiriamo non solo può provocare disistima, ma può addirittura provocare nello sportivo ansioso la perdita di voglia di continuare ad allenarsi o a gareggiare.

Può accadere che alcuni allenatori di giovani atleti, insensibili a tali problematiche, siano convinti di stimolare positivamente il bambino ponendo la vincita  come unico e inderogabile obbiettivo a cui dover unicamente arrivare.

Questi allenatori rischiano seriamente di alterare il delicato equilibrio psico-fisico del bambino che si è avvicinato serenamente allo sport.

Un buon allenatore dovrebbe avere, oltre alla necessaria conoscenza tecnica,la capacità di conoscere i fattori che aumentano o diminuiscono l’insicurezza e di conseguenza l’ansia; in tal modo si crea nell’atleta lo stato emotivo ottimale per affrontare al meglio delle sue capacità psichiche  e fisiche  la sua competizione.

Uno dei mezzi migliori per aiutare gli atleti ansiosi, è quello di sostenere gli obbiettivi che si pongono riguardo la competizione che dovranno affrontare.

Essendo la vittoria lo scopo prioritario dello sport agonistico, è inevitabile che l’esasperazione di tale obbiettivo generi ansia. Stabilire per obbiettivo la vittoria significa porsi di fronte a qualcosa di non controllabile; in una qualsiasi competizione la vittoria non dipende solo dalla preparazione o l’effettiva potenzialità dell’atleta, ma da vari fattori quali lo stato emotivo del momento, la situazione climatica, il responso dei giudici, la preparazione degli avversari.

Bisogna insegnare agli atleti a prefissarsi obbiettivi che possono controllare personalmente e che in tal modo possono riuscire ad aumentare la propria autostima, a migliorare le proprie performance riducendo di conseguenza l’ansia circa l’attività svolta.

Possibili soluzioni all’ansia pre-gara

Nel campo della psicologia applicata allo sport, vi sono alcune metodiche volte alla rieducazione o all’attenuazione dei livelli di ansia pre-gara; mi riferisco al Training Autogeno e al Biofeedback.

Tali metodiche hanno trovato nel campo sportivo numerose applicazioni e si sono dimostrate molto utili per regolarizzare lo stato emotivo dell’atleta.

L’utilizzo di queste terapie, da parte di atleti ansiosi, ha fatto rilevare miglioramenti anche sensibili dei livelli di ansia pre-gara e di conseguenza dei risultati ottenuti nelle loro prestazioni

nell’arco della stagione agonistica.

Il Training autogeno è una tecnica di autocontrollo psicosomatico, basata sull’autodistensione da concentrazione, capace di influire positivamente sul sistema neurovegetativo e perciò di controllare e di ripristinare il buon funzionamento di organi e di sistemi di organi su cui si possono scaricare le tensioni ed i conflitti psichici.

La tecnica viene gestita autonomamente dal soggetto e solo inizialmente abbisogna dello psicologo che lo aiuta ad apprenderla.

La metodica consiste nel graduale apprendimento di una serie di esercizi volti a indurre delle modificazioni spontanee del tono muscolare, dello stato di coscienza, della funzionalità respiratoria e di quella cardiovascolare requisiti fondamentali per un atleta .

Quindi l’utilizzazione del training autogeno permette una miglior autoconoscienza del soggetto che lo pratica ed il suo rilassamento psicosomatico ciò permette all’atleta di affrontare la competizione in condizioni psicofisiche ottimali.

Il Biofeedback è una tecnica di autocontrollo inventata negli U.S.A. negli anni 60 .

E’ costituito da un’apparecchiatura elettronica che informa immediatamente il soggetto, che è collegato, di alcune sue funzioni fisiologiche e relative modificazioni, rappresentandogliele attraverso dei segnali ( luce, suono o scarica ecc.) che vengono emessi quando egli trasmette una risposta fisiologica non desiderata.

In questo modo il paziente è reso capace di regolare, volontariamente, una varietà di processi fisiologici.

Il Biofeedback elettromiografico è la tecnica maggiormente impiegata nella terapia dell’ansia.

Il paziente è sdraiato su un lettino e viene collegato all’apparecchio mediante degli elettrodi posti sulle fibre muscolari.

Viene stabilita una soglia di rilassamento muscolare e quando essa viene superata lo strumento la rileva inviando un segnale acustico.

Di solito bastano 8-10 sedute di rilassamento per riuscire a controllare le reazioni comportamentali del soggetto.

L’impiego di tale tecnica  porta ad una migliore presa di coscienza del proprio schema corporeo, ad una miglior capacità di selezionare i gruppi muscolari impiegati durante la performance e quindi rafforza il proprio livello di autostima con il conseguente miglioramento della propria prestazione.

Lascia un commento